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Ogni tanto poi mi ricordo di quel ragazzino in quel tempo creato dal tuffo.
Un tempo aperto, preciso, possibile.
Un tempo senza pensiero, un tempo, quello, capace di contenere il principio e la fine.
Il testimone occasionale non ha modo di confondersi, non può distrarsi.
Quel che accade è un'esperienza piuttosto rara: il tempo è sospeso e gli spazi mutati.
Quel bambino ha scelto con tale desiderio e perizia il tempo e il luogo di cui aveva bisogno per tuffarsi che li ha creati.
Il suo desiderio è diventato anche il nostro desiderio e noi eravamo esattamente dove avevamo bisogno di essere:
con lui in quel nuovo tempo inventato,
vero,
creato.
laboratorio
Non si può dire che il laboratorio abbia uno scopo. In verità non si può neanche dire che il laboratorio esista di per sé. Si può invece dire che il laboratorio è un continuo atto creativo. Non esiste UN modulo, UNA durata, UNA teoria. Questo perché il laboratorio non esiste al di là della relazione tra le persone, al di là della relazione tra le persone e il posto in cui si lavora, tra chi guida e chi segue. Ecco, si può dire che il laboratorio non esiste ma nasce. Ed i genitori, ovvero chi lo conduce, sanno tutto quello che occorre per una nascita, mentre la crescita è in relazione alle persone che seguono il laboratorio.
Questo significa che non c'è un lavoro precedente? Che non c'è una preparazione?
Questo significa che è tutta un'improvvisazione?
Oh, no davvero.
Questo è il nostro lavoro in ogni momento.
In verità non c'è mai uno stacco, non ci sono mai ferie, non ci sono pause.
Il fatto è che ci prepariamo continuamente e il laboratorio è l'evento durante il quale la nostra preparazione viene offerta ad altri.
Noi non insegniamo il corpo e la voce. Corpo e voce non si possono insegnare. Noi tentiamo piuttosto di essere instancabilmente corpo e voce e, nella determinazione del tentativo, qualora avvenga un incontro, semplicemente apriamo le porte e lasciamo uscire.
L'imitazione è uno degli elementi fondamentali del lavoro. Perché necessita di disposizione all'ascolto, curiosità, attenzione. Il processo avviene più per osmosi che non per insegnamento, una contaminazione più che una lezione.
"Solo in certi casi è utile spiegare un esercizio, il più delle volte il corpo può imparare imitando.
I partecipanti tengono il mio ritmo e mi seguono nel flusso delle azioni senza sapere bene che cosa si andrà a fare. In questo modo il corpo assimila le indicazioni molto più rapidamente del cervello, prima che della memoria cerebrale le persone acquisiscono una memoria fisica."
Per imitare occorrono due caratteristiche: la libertà di interpretazione e la capacità di ricevere.
Ogni essere umano, dal momento che riceve uno stimolo, traduce attraverso il suo corpo, i suoi pensieri, il suo stato d'animo ciò che gli viene offerto. Ognuno, quindi, in piccola o in grande parte, interpreta ciò che proviene dall'esterno. Si interpreta sempre.
Ma c'è un passo ancora precedente all'interpretazione, che è la ricezione, la capacità ricettiva, la presenza o meno di barriere tra noi e l'esterno.
Il laboratorio si occupa di creare un luogo nel quale, protetti e curati, si possa avere la libertà di sentire, ascoltare, ascoltarsi, ricevere, ascoltare il proprio piacere, aprire le porte senza paura...
o con quella necessaria.
Tale disponibilità alla ricezione crea una libertà di interpretazione. Una volta che uno stimolo giunge dove deve arrivare, laggiù, in quel luogo denso, ogni scelta è possibile e non esistono errori... non esiste ansia performativa, giacché si tenta di essere più che di fare.
Tutto questo non esiste di per sé ma nasce dalla relazione. Che non significa necessariamente accordo o comunione o amore incondizionato. No, significa chiarezza. Chiarezza nel momento di scambio tra una persona e l'altra, chiarezza nella comunicazione e nella ricezione, e poi scelta. E questo è possibile solo se contemporaneamente si crea una relazione con se stessi, con i propri impulsi, con i propri desideri, con il proprio piacere, con la propria solitudine, con il proprio bisogno creativo.
La creazione avviene quasi involontariamente, o meglio, senza un atto di volontà univoco.
Una creazione che tende a modellare ciò che già esiste: il corpo e la voce.
Siamo convinti che in realtà non si smetta mai di danzare e di cantare. Crediamo che la parte migliore dell'esistente sia quantomeno delicata e che abbia bisogno di ogni cura. Non che abbia bisogno di spinte quanto di canali liberi attraverso i quali essere libera di scorrere.
Il laboratorio non è mirato, è per tutte le persone con le quali noi ci sentiamo in grado di lavorare.
Il laboratorio non è da noi all'esterno ma nella relazione tra noi e l'esterno.
praticamente
Si procede contemporaneamente su due livelli: l'uno e l'insieme, un approccio assolutamente personale in un ambiente necessariamente corale.
Il punto di partenza è lo stesso per tutti. Gli elementi degli esercizi sono gli stessi per tutti, ognuno deve eseguirli con precisione. E' necessario che ognuno diventi consapevole di come si muovono le proprie gambe, le braccia, il petto, il bacino e tutto il resto del corpo.
Una volta che gli esercizi sono assimilati ci si può affidare ad essi in assoluta libertà. Poi è come ritrovare la dimensione del gioco dei bambini. Ci serve per infondere vita in tutte le nostre azioni.
Tutto ha a che fare con una specie di liberazione, una ritrovata disponibilità del corpo, organi e muscoli, anima e ossa. Un corpo capace di scegliere dove mettere i propri accenti e di stare dove vuole tra musica e senso, tra danza e azione. Quello che si produce è un ambiente continuamente mutevole fatto di organismi continuamente mutevoli in reciproca e ininterrotta relazione.
il cuore
Il lavoro ha un cuore.
Un cuore che reagisce a quello che già c'è piuttosto che inventarsi qualcosa che non c'è. Il primo passo per muoversi, per parlare, per danzare, per agire, non è decidere di farlo, non è una spinta; ma è una ricezione. Il passo successivo, ovvero l'azione, somiglia di più ad una re-azione. Reagiamo a qualcosa che abbiamo ricevuto.
Basta un esempio: se ascolto una musica che mi piace mi viene il desiderio di danzare, e la prima azione che compio non è la danza ma l'ascolto. Ascolto che non è fatto solo di udito, ascolto che è un essere umano nella sua totalità che si predispone a ricevere: con l'udito, il tatto, la vista, l'olfatto, il gusto, ma anche con le sensazioni, le percezioni, l'ascolto di se stessi, del proprio corpo fisico e delle proprie suggestioni e immagini, dei propri pensieri e desideri.
Oggi si fa fatica ad ascoltare. Quanto poniamo ancora l'attenzione su ciò che riceviamo, quanto tempo concediamo che tutto ciò che riceviamo resti dentro di noi, quanto invece lasciamo semplicemente che ci scivoli addosso ciò che vorrebbe e dovrebbe toccarci dentro?
Se ascoltassimo veramente tutto potremmo danzare senza musica, ricordando che dentro di noi in verità c'è un ritmo vivo che potrebbe farci fare i più bei passi di sempre.
Dunque il corpo e il suono non sono altro che gli strumenti nei quali incanalare ciò che arriva a toccarci nel profondo per farlo rifluire all'esterno.
Tutto quello che viene ricevuto può essere rimesso in circolo, ributtato fuori, riofferto all'esterno, e così può nascere una relazione con gli altri, la relazione, spesso mancata, tra il dentro e il fuori.
in poche righe
Il laboratorio è per molti. Forse non per tutti. Ma quasi.
Per persone di ogni età, di ogni luogo di provenienza, impiegate in ogni tipo di lavoro.
La base è identica per ognuno ma il laboratorio può prendere sviluppi molto diversi.
Solitamente è il gruppo stesso che determina il percorso del lavoro.
Il laboratorio si occupa di tutto ciò che riguarda le relazioni.
Da quella con se stessi a quella con altre persone, da quella con i corpi a quella con le voci, da quella espressiva e informale a quella teatrale e formalizzata.
Il lavoro teatrale può essere più sbilanciato nella sua funzione di mezzo o di fine: può essere un passaggio o un approdo. Mentre la parola pedagogia viene qui intesa come guidare, condurre, accompagnare.
L'obiettivo del laboratorio è quello di contribuire a rallentare, guardare ed ascoltare chi già esiste,
al di qua di ogni obiettivo.
Il lavoro si svolge prevalentemente su di una direzione circolare. Camminando lungo una linea retta per tornare in un punto occorre necessariamente andare indietro. In un cerchio, invece, tornare in un punto può significare sia andare indietro che andare avanti.
"Tutto si muove troppo rapidamente"
Occorre tornare in alcuni punti senza aver paura di andare indietro, sostituendo alla direzione orizzontale del progresso economico la direzione verticale del progresso umano. |