Progetto di Teatro Comunitario

I Giganti della Montagna
(dove i fini non giustificano i mezzi)

 

Difficile dire cosa sia questo progetto.
Difficile descrivere l'incontro con così tante persone.
Difficile parlare compiutamente di un percorso iniziato il 15 Ottobre 2006 ed ancora non terminato.

Ma cosa è successo fino ad ora?

- Due laboratori con i venti ospiti della Comunità di Capodarco dell'Umbria.
- La presentazione al pubblico del lavoro svolto con uno dei due gruppi della Comunità.
- Un laboratorio con un gruppo di dieci studenti dell' I.T.I.S. Maria Cassata culminato, per sei di essi, con una presentazione del lavoro all'interno della "Giornata delle Lingue".
- Un laboratorio con un gruppo di insegnanti di scuole elementari di Gubbio.
- Un laboratorio permanente con quattro attori, tre stagisti, tre ospiti della Comunità di Capodarco e sei persone di Gubbio di età compresa tra i 15 e 56 anni occupate in diversi studi e mestieri.
- L'incontro e la collaborazione con il gruppo musicale eugubino "Gionni Grasso e il Duodeno" composto da quattro musicisti.
- L'inserimento in uno dei laboratori di Silvia (una giovane ragazza segnalata dalla A.S.L.).
- La richiesta di Suor Daniela di inserire Agnese all'interno del nostro lavoro durante il suo percorso di noviziato.
- Il lavoro con Agnese.
- La proposta di Emanuela (mamma di Silvia) di contribuire al progetto per tutto ciò che riguarda i costumi.
- La partecipazione a gran parte del laboratorio permanente di Simone.
- Tutto il lavoro svolto da Piero Musini per riprendere moltissime ore di lavoro al fine di montare un film-documentario dell'intero progetto.
- La collaborazione e la disponibilità di Luca Berettoni per tutto ciò che riguarda la scenotecnica.
- L'inserimento alle musiche, alle luci e al lavoro di falegnameria di Davide, studente alla scuola di liuteria. Nonché la sua disponibilità a suonare il violino durante lo spettacolo finale.
- Le numerose persone che hanno assistito a molte delle giornate di lavoro.
- La promessa di Teresa di regalarci un ballo all'interno dello spettacolo.

... difficile parlare dell'incontro con più di settanta persone così diverse tra di loro nel giro di otto mesi!

I nostri scritti in genere sono pieni di "difficile dire", "difficile spiegare", "difficile tradurre in parole". Questo perché il nostro lavoro non si dice ma si agisce, non si spiega ma si esperisce. Al limite se ne parla dopo averlo frequentato o dopo avervi assistito ma - manco a dirlo - è comunque difficile.

Spesso si discute con molta leggerezza di gruppi di persone o anche di singole persone. Nel farlo esse vengono per lo più ridotte a figurine bidimensionali sulle quali riversiamo le nostre personalissime proiezioni.
Tutto ciò salta all'occhio quando pensiamo alla persona che forse conosciamo meglio di tutte: noi stessi. Allora sì che ci sembra impossibile che poche parole possano racchiudere tutta la nostra esistenza fatta di gioia, matrimoni, disillusione, figli, lutti, partenze, dolore, scoperte, delusione...
Mentre se si parla di qualcun'altro si possono benissimo buttare lì due coordinate ed è fatta.

... forse qualcuno starà pensando che stiamo tergiversando e che prima o poi parleremo di quello che abbiamo fatto e di quello che faremo... no, parleremo d'altro.
Più precisamente della convivenza tra le persone.

Crediamo che questa nostra parte del mondo sia in gran parte sottosviluppata a livello di relazioni umane. O forse atrofizzata. Non che non esistano esempi di ottima convivenza ma la media, purtroppo, è assai bassa.
Cercando di andare al centro del significato di "convivenza" ci è parso di trovare la parola "relazione". Su di essa abbiamo fondato tutto il nostro lavoro.

E' come se da qualche anno a questa parte le persone non cercassero altro che di trovare quella differenza anche minima, anche insignificante, per poter dire tranquillamente al proprio vicino: "ecco, siamo diversi, lo sapevo... non possiamo avere a che fare l'uno con l'altro... ti odio!". Via via i gruppi si fanno sempre più selettivi, si chiudono in se stessi e ricavano la propria forza dalla loro stessa chiusura, si identificano quasi esclusivamente in rapporto ai propri "nemici". Noi non siamo predicatori del "dobbiamo volerci tutti bene ad ogni costo", non siamo affatto dei buonisti.
Ma ci poniamo alcune domande:
Andando avanti di questo passo non resteremo sempre più soli?
Che tipo di convivenza è quella degli uguali con gli uguali? Che tipo di scambio ne può scaturire e, soprattutto, ne può scaturire uno scambio?
Siamo sicuri di aver compreso bene il significato della parola "accettare"? O forse ne abbiamo eliso l'ultima sillaba e ci è rimasta in mano solo l'accetta?
E' mai possibile che una diversa fede religiosa, una diversa visione politica, una diversa provenienza geografica siano in grado di annullare tutto il resto che ci accomuna?
Perché accanirsi così tanto sulle differenze e non cercare dove sia possibile incontrarsi?
Che merito c'è nel rispettare chi è come noi?
Perché all'interno di una relazione di qualsiasi tipo, privata o pubblica che sia, tendiamo ad addossare tutte le colpe all'una o all'altra persona e non ci soffermiamo sul pensiero che una relazione è tale solo dal momento che entrambi vi concorrono?
Non stiamo forse dando per scontata la convivenza con altre persone, la vicinanza con così tante altre persone? Non può essere che essa sia una strada molto faticosa da percorrere piuttosto che un'ovvietà da dare per scontata?
Perché viviamo insieme?
Cos'è una città?
Perché sono nate le città?

Non siamo degli studiosi ma ci sentiamo di dire, in maniera forse un po' semplicistica, che forse le città sono nate perché le persone volevano stare vicine.
Ma come mai ora questa vicinanza si è fatta così difficoltosa? Perché fa così attrito?
Noi veniamo da una grande città, l'una per nascita l'altro per motivi di studio. In essa la fame di convivenza è molto potente ma, in maniera direttamente proporzionale, lo è la repulsione al contatto, a partire da quello fisico per finire a quello di altro genere.
Allora tutto diventa grottesco.
Vogliamo esasperatamente stare vicini ma a patto di non toccarci.

Il nostro lavoro parte anzitutto dal contatto fisico. Ma niente roba strana. Si tratta di accompagnare il corpo di qualcuno, di sorreggerlo, di trasportarlo, di colpirlo, di accudirlo, di abbracciarlo, di conoscerlo.
Spesso durante il lavoro diciamo che per comprendere una persona a volte è molto meglio imitare il suo modo di camminare o il ritmo della sua respirazione per una giornata piuttosto che stare a parlare per ore. Perché è dal respiro e dal ritmo dominante del nostro corpo che nascono gran parte dei pensieri.
Lavorando percorriamo una strada verso la conoscenza degli altri molto approfondita e accurata. Senza voler dirigere o manipolare. Anzitutto conoscere per quel che si può e comprendere, se si può. E contemporaneamente chiedere con forza ad ognuno che si occupi di se stesso e degli altri nel medesimo istante. Per cui non esisterà mai la preparazione al momento in cui io sarò pronto ad occuparmi di altri. Lo devo essere mentre mi occupo di me stesso. Viceversa non dimenticherò la mia persona per il bene del gruppo ma cercherò me stesso nell'atto di occuparmi degli altri.
Il nostro è un lavoro che si situa agli antipodi del progresso per come viene concepito oggi. Se qualcuno va più piano si rallenta tutti e lo si aspetta. Tanto non c'è una meta da conquistare ma solo una strada da percorrere stando il più vicini possibile.
E poi non c'è una velocità di massima, non esiste UN livello di bravura da raggiungere. Non è di questo che ci occupiamo, altrimenti saremmo rimasti nel mondo del professionismo. C'è solo la relazione autentica di ciascuno con il proprio limite. Se c'è un punto che privilgiamo è quello di massima vicinanza con il limite. Di modo che se facciamo anche un piccolo passo esso viene con noi e, impercettibilmente, si sposta. Ma sempre senza strappi, senza violenza, senza lasciare sparsi per strada pezzi di noi stessi.

Per tutto questo e per molto altro ancora ci risulta difficile capire e dire di cosa parlino i nostri lavori. Perché essi nascono dalle persone stesse e dalle relazioni che esse intessono tra di loro. I nostri lavori parlano di interi sistemi solari che si incontrano e scontrano. Parlano di persone che tentano di convivere ad un livello molto impegnativo.

Noi (le guide di questo lavoro) non siamo anzitutto attori, siamo anzitutto persone. Laddove il lavoro teatrale a livello professionale ci stava allontanando dalla vita quotidiana abbiamo scelto - o forse non potevamo fare a meno di sceglierlo - di convogliare la nostra esperienza verso...
... verso chi?

All'inizio non lo sapevamo. Abbiamo girato molto, ci siamo trasferiti spesso. Poi, per caso, siamo arrivati a Gubbio. Siamo stati accolti in un modo, diremo, emozionante. Ci siamo ritrovati nel cuore di una comunità. In pochissimo tempo ci siamo sentiti "facenti parte di".
Allora non c'è stato più bisogno di chiedersi nulla. Abbiamo fatto di tutto, DI TUTTO, per offrire il nostro lavoro a questa comunità. Entro i limiti nostri e delle persone che abbiamo incontrato.
Questo progetto rappresenta l'apice di un percorso laboratoriale iniziato cinque anni fa.

Infine tentiamo di rispondere a chi, forse dall'inizio di questa "lettera", si sta chiedendo cosa c'entra tutto questo di cui abbiamo parlato con quello che facciamo. Il legame è profondo, sostanziale e necessario, imprescindibile.
Anche questo è molto difficile da spiegare.
Allora semplificheremo dicendo che quello che facciamo è allenarci alla convivenza, alla relazione non edulcorata, ad offrire segnali esterni coerenti con ciò che viene da dentro, ad essere concreti ma non per questo cinici, ci alleniamo ad accorgerci di tutto ciò che ci sta attorno, anzitutto accorgercene. Nei supermercati ci si urta fisicamente - annebbiati dall'acquisto - senza accorgersene; al lavoro ci si dimentica l'etica della propria professione, qualunque essa sia, e chi ne paga lo scotto è l'ignaro cliente che nulla ha a che fare con i nostri problemi; al volante l'essere umano si trasforma misteriosamente in un organismo monocellulare; in famiglia si rovesciano senza pudore le peggiori qualità di una persona; la gentilezza - questo articolo d'antiquariato - è per lo più bandita o, peggio ancora, è divenuta scatola vuota; i bambini vengono sovraccaricati di un'attenzione fasulla che nulla ha a che vedere con i loro piccoli anni; si riesce a sperperare ogni cosa mentre dietro l'angolo qualcuno aspetta soltanto i nostri scarti; si cerca continuamente ciò che è lontanto pur di non guardare ciò che è vicino; non ci si chiede più come si possa stare così tanto tempo a guardare la televisione, questo oggetto inanimato dentro al quale al 99% troviamo solo menzogna, stupidità e violenza; al telegiornale sentiamo ancora interviste del tipo "non so... era un brav'uomo, gentile con tutti... insomma non me l'aspettavo, con me era stato sempre molto gentile, sembrava una persona così per bene... no, davvero non me l'aspettavo che potesse fare una cosa del genere".
Che livello di attenzione abbiamo se non ci accorgiamo più di cose così importanti?

Ma qual è il legame tra tutto questo e ciò che facciamo?
E' che noi ci alleniamo ad accorgerci di tutto ciò che ci sta attorno, anzitutto accorgercene.

Perché?
Perché in questa azione intravediamo una possibile salvezza.

Concludiamo con ciò che riteniamo una parte fondamentale di questo progetto: la sua concreta possibilità di realizzazione.
Il luogo in cui abbiamo lavorato è una parte dell'edificio della Trinità di Corso Garibaldi (Gubbio). L'uso della sala, del giardino e le spese di corrente elettrica ci sono stati offerti dalla Comunità di Capodarco. Per quanto riguarda la copertura finanziaria il progetto vive grazie al contributo di 25 persone di ogni parte d'Italia, al finanziamento dell'I.T.I.S. Maria Letizia Cassata e, soprattutto, grazie al finanziamento del Comune di Gubbio.
Non è stato per niente facile riuscire in questo compito anche perché, sin dall'inizio, abbiamo rifiutato ogni tipo di sponsor, o meglio, chiunque volesse farsi pubblicità attraverso il nostro lavoro. Non siamo degli idealisti ma crediamo che un tale progetto debba essere mantenuto il più lontano possibile dal mondo del commercio che pone ogni cosa all'interno della logica arida del profitto.
Questo è un progetto di "Teatro Comunitario" ed è proprio grazie ad una micro-comunità di persone che ci conoscono direttamente, grazie ad una Comunità che si occupa di persone che hanno bisogno di aiuto, grazie ad una scuola pubblica e grazie ad un Comune molto attento che esso è potuto nascere.
Abbiamo così potuto coronare un piccolo sogno che ci perseguita da anni: abbattere il pericolosissimo luogo comune per cui "il fine giustifica i mezzi". Troppe persone si perdono definitivamente nel grande supermercato dei mezzi, troppe persone dimenticano il fine, troppe persone diventano esse stesse le peggiori nemiche del proprio fine. I mezzi annientano il fine.
Detto questo vi aspettiamo per la messa in scena dello spettacolo che si terrà Venerdì 27, Sabato 28, Domenica 29 Luglio e Venerdì 3, Sabato 4, Domenica 5 Agosto presso i locali della Trinità sita in Corso Garibaldi 111.
Purtroppo i posti saranno limitati - massimo 60 persone a sera - e sarà necessaria la prenotazione.
L'inizio sarà alle ore 21:00.
L'entrata sarà libera e l'uscita ad offerta.
Lo spettacolo sarà una piccola parte di tutto il lavoro compiuto e contemplerà la presenza in scena di venti persone provenienti dai vari laboratori tenuti a Gubbio e la collaborazione con il gruppo musicale "Gionni Grasso e il Duodeno".
Il titolo non è stato ancora scelto ma probabilmente conterrà la parola "famiglia".

Di \ Con:

Chiara Baldinucci
Roberto Berettoni
Barbara Bonriposi
Giovanna Brunelli
Mario Luis Campara
Davide Cannella
Samanta Cinquini
Luca Coscia
Tiziano Fioriti
Michele Fondacci
Ciro Fragante
Fabio Giusto
Marcella Granito
Giampaolo Grassellini
Piero Musini
Luca Nava
Omar Paradisi
Maria Clara Pascolini
Laura Russo
Maria Teresa Tasso
Franco Tironzelli
Gabriele Riccardo Tordoni
Caterina Valente
Andrea Villanis